martedì 14 settembre 2010

Tragicomica Bolivia




Questa ironica storia è praticamente inventata, perché in realtà è una mescolanza di diverse cronache quotidiane. Tutti i riferimenti a personaggi e a fatti realmente accaduti però, non sono affatto casuali! Nell’ironia del seguente racconto non sono racchiuse lamentele o critiche rivolte allo stile di vita sociale boliviano, che tanto stiamo amando, bensì il desiderio di lavorare sul processo che ci porterà ad abituarci completamente alle cose più differenti della vita quotidiana.

Era “l’attesissimo” giorno del trasloco, la sede del progetto Fenix (la casa dei bambini per intenderci) doveva spostarsi; chi del caso aveva deciso di farlo drasticamente…dall’estremo nord della città, all’estremo sud.
Matteo, un nuovo ed intraprendente volontario, che fra le altre cose non andava matto per i traslochi, quel giorno era ingaggiato come “trattieni mobili”. Il luogo lavorativo del trattieni mobili è in prevalenza il rimorchio. Esistono rimorchi enormi a cassone, sicuri e capienti…e rimorchietti da pick-up, questi ultimi a quanto pare necessitano, per i trasporti pericolanti, di un trattieni mobili forte ed incosciente. La Fondazione naturalmente possedeva un pick-up bello vecchio…il compito preciso di Matteo sarebbe stato quello di caricare il rimorchio per poi caricarsi a sua volta sul rimorchio con la merce…e trattenerla durante il movimentato viaggio, per evitare che questa rovini giù dal veicolo, sfracellandosi contro automobili, ciclisti e cani randagi. Matteo, il giorno prima del trasloco, pensò che una robusta corda avrebbe potuto rimpiazzare adeguatamente il suo ruolo sul rimorchio, ma tutto ciò che riuscì a reperire in giro per la Fondazione furono tre metri e mezzo di spago da pacco…il suo ruolo non poteva essere rimpiazzato.
La grande mattina arrivò, con carente vigore Matteo saltò giù dal letto pensando immediatamente e con un sorriso amaro, alla giornata da trattieni mobili che lo aspettava. Entrò in cucina e si rese conto che la scorda di caffè Chicco d’Oro era finita…un mese, due settimane, due giorni…lui e Nicole l’avevano usata con parsimonia…ma tutto finisce prima o poi. Decise di optare per un tè…ma non ci fu verso…troppo lungo, troppo lento, troppo caldo, troppo insipido, troppo inconsistente…troppo.
Durante la notte lo avevano punto, come durante ogni notte da quando era arrivato. Non si era ancora interessato all’animale che veniva a fargli visita, ne ignorava il nome, la forma e il tasso di velenosità…fattostà però che Matteo, la colazione la passava con una mano vagante per il tavolo e l’altra a grattarsi le gambe.
Dopo essersi rifocillato l’assonnato educatore si lavò i denti, stando attento a non ingerire l’acqua, che in Bolivia non è potabilissima. In seguito si spogliò e andò a recuperare i vestiti nel piccolo cortile-lavanderia che si trovava fuori casa. I vestiti lassù in Bolivia, dopo un po’ di tempo erano diventati una roba strana; il fatto è che si sporcavano in fretta, per via dello smog, del caldo e del lavoro…visto che il giovane non era ancora diventato un campione nella lavanderia a mano però…i suoi abiti conservavano sempre una certa patina di sapone in polvere secco in superficie…dando l’impressione a chi gli passava vicino, di trovarsi nella zona di una piccola ma sudicia fabbrica di detergenti.
Dopo essersi vestito con i sudici vestiti insaponati, Matteo sentì un impellente bisogno fisiologico, probabilmente la cena della sera prima non aveva cotto abbastanza. Matteo fece una corsa provando la ridicola paura di fare tardi al lavoro ( in seguito comprenderete il perche dell’aggettivo “ridicola”). Dopo aver espletato, Matteo utilizzò la carta e come spesso capitava ne gettò alcuni pezzi nella tazza…un automatismo che ancora non aveva perso. In Bolivia la carta sporca non può essere gettata nel vaso…ma in un apposito cestino sigillato. Il giovane, quella mattina, dovette per l’ennesima volta dedicarsi alla cosiddetta “pesca”…vi lascerò immaginare cosa può significare…il fatto è che proprio la carta non può finire nelle tubature.

Uscendo di casa, il demotivato volontario decise di soffermarsi un istante a bagnare le piante che con cura aveva trapiantato nel piccolissimo terreno situato al fianco della veranda. I fiori erano demotivati quanto lui…il clima era troppo secco e il sole troppo pungente, inoltre quelli erano giorni ventosi e il terroso “praticello” si era riempito di residui in plastica, polistirolo e carta, arrivati da chissà quale angolo della città. Mentre i suoi occhi scrutavano il suolo, una bottiglietta vuota di Coca Cola, colpì improvvisamente la sua schiena…procurandogli un dolore sorprendente, considerata la leggerezza dell’oggetto. Stupefatto crollò sulle ginocchia e tenendosi la schiena con le mani guardò in alto! Ma certo! Cosa poteva essere altrimenti? Proprio dietro casa sua stava sorgendo un condominio che di giorno in giorno diventava sempre più alto. Dal primo momento che l’aveva notato, Matteo aveva pensato che il condominio era opera di un architetto cieco, oppure di un ingegnere in coma. “Dietro a casa sua”, non significava nella strada dietro a casa sua, significava “appiccicato”, esternamente, al muro della stanza da letto. Matteo e la sua ragazza Nicole vivevano con il timore di veder precipitare nel loro salotto un operaio, visto che questi grandi amanti della Coca Cola girovagavano per i tralicci senza nessuna protezione o imbragatura. Il vento faceva continuamente cadere piccoli sassi, polvere e altro materiale edile sul tetto in lamiera della loro casa; quel mattino, la bottiglia vuota aveva deciso di abbandonare il quarto piano del palazzo in costruzione.
Un po’ sconcertato, ma non più dolorante, Matteo riuscì ad uscire di casa, il trasloco lo aspettava. Mentre aspettava il “trufi” numero 130 (i piccoli furgoncini molto diffusi come mezzi di trasporto), Matteo notò due bambini che sfruttando il vento, giocavano nel parco con due aquiloni. Ridendo facevano a gara a chi arrivava più vicino ai cavi dell’elettricità con il proprio giocattolo. Matteo rabbrividì e sperò che il suo trufi arrivasse prima che uno dei due bambini perdesse fatalmente il gioco.
Il trufi arrivò, ma era completamente pieno, poi ne passò un altro e un altro ancora, sempre completamente pieni di persone…al quinto passaggio Matteo trovò un posto per andare a lavorare…ormai era ufficialmente in ritardo…e una velata ansia di origine centro europea lo avvolse. Durante il tragitto si stupì di quanto potevano diventare “trash” quei piccoli veicoli pubblici chiamati trufi. Ogni conducente era libero di addobbare il proprio trufi come desiderava…il kitch era di gran moda. Sul vasto vetro posteriore del furgoncino asiatico su cui era seduto quel mattino, era rappresentata una voluminosa figura femminile a gambe divaricate, che non lasciava spazio a nessuna immaginazione…una nuvoletta di carattere fumettistico usciva dalla bocca della femmina…e una scritta all’interno della nuvoletta citava: “My Mitsubishi iz te best”. Matteo si limitò a non comprendere e a considerare passivamente gli errori di ortografia in idioma inglese. Un signore affusolato chiese la fermata all’autista, dopo essere sceso, come si usa fare, allungò i soldi al conducente…quest’ultimo però constatò di non avere abbastanza resto da ridare…i secondi scorrevano, e il traffico sopraggiungeva, e i clacson iniziarono a tuonare, e voci a bestemmiare, e l’autista a sudare, e i soldi continuavano a non saltare fuori…e dunque vai di colletta…tutti i passeggeri avrebbero dovuto pagare in anticipo, prima di saltare giù…in questo modo l’autista poté ridare i soldi all’affusolato…e il traffico di Cochabamba poté riprendere il suo flusso tossico.
Matteo arrivò sul luogo dell’incontro con circa mezz’ora di ritardo…e scoprì di essere stato il primo a sopraggiungere. “Bene” pensò. Dopo 15 minuti comunque si trovava sul rimorchio vuoto del pick-up, viaggiando in direzione della casa del progetto Fenix. Con lui sul rimorchio c’era Henry, un educatore tedesco di 21 anni che stava ancora imparando la lingua, ma che gli stava molto simpatico. Il conducente ed il suo copilota invece erano due psicologi della Fondazione. Arrivarono alla casa e dal dialogo dei due psicologi, il ticinese e il tedesco dedussero che mancava la chiave per entrare! I due psi contemplarono per un po’ l’idea di posticipare il trasloco, senza però stupirsi, nemmeno per un attimo, del fatto che MANCAVA LA CHIAVE DEL LUOGO IN CUI SAPEVANO DI DOVER ANDARE!!!!!!!!!!!!! Telefonarono a una collega che si trovava nel suo letto a dormire…a quanto pare l’unica che aveva la chiave…questa arrivò un’ora dopo alla casa, frustrata, ma con la chiave. “Bene”, pensò Matteo.
Caricarono e scaricarono mobili per molte ore, facendo su e giù per tutta la città diverse volte…a Matteo tutto sommato piacque l’esperienza…non rischiò realmente la vita…ma ci andò vicino. Lo stupì il senso di libertà che riusciva a conferirgli il fatto di abitare quel rimorchio durante i viaggi all’aria aperta. Passando davanti ad un cantiere i muratori gli gridarono “Gringooooooo”(riferimento spregiativo alle origini nord americane di alcune persone) e Matteo prontamente rispose a squarcia gola “Boliviaaaanooooos”, facendo ridere i muratori e restando soddisfatto della sua reazione. Ad un certo punto il suo collega tedesco e nuovo amico Henry, iniziò a vomitare sangue coagulato! Tutti si spaventarono molto! Henry però confessò di avere ingerito per circa mezzora il sangue che gli usciva dal naso, PERCHE SI VERGOGNAVA. Il sangue vomitato dunque non sgorgava da un qualche suo organo interno…e il sangue che gli era uscito dal naso era la causa diretta di un potente colpo di sole e della disidratazione…capita se non si prendono le dovute precauzioni. “Bene”, pensò Matteo, apprezzando il suo cappellino, la bottiglietta di acqua che teneva sempre nella sacca e il fatto di non aver mai provato vergogna per un po’ di sangue da naso.
La giornata di alternativo lavoro stava per finire, i due educatori e i due psicologi decisero di fermarsi per uno spuntino…Matteo aveva davvero voglia di una zuppa di carne…nutriente, leggera, economica e liquida (aveva sudato molto). Ne ordinò una in una bancarella di strada…arrivò che era ancora fumante…ci soffiò un po’ sopra e poi iniziò a lavorare di cucchiaio. Mentre pensava al fatto che quasi un litro di zuppa costava circa 50 centesimi di franco svizzero, il suo cucchiaio urtò qualcosa che si trovava ancora sommerso, sul fondo della scodella semi piena. Matteo approfondì l’incontro che aveva appena fatto, scoprendo il motivo per cui la zuppa era tanto saporita…sul fondo c’erano due zampe di gallina stracotte, che tetramente sembravano stringersi a vicenda in una defunta e gastronomica morsa di amicizia. “Bene” pensò Matteo, e se le mangiò rosicchiandole.
Il lavoro era giunto al termine, tutti i mobili erano stati trasportati e durante l’ultimo viaggio il pick-up si era dovuto fermare 4 volte, perché Henry era tornato a casa dopo il collasso e Matteo doveva riposarsi ogni tot di tempo, oppure non ce l’avrebbe più fatta a reggere gli oggetti più pesanti.
Quando giunse il momento dei saluti era già buio e tutti erano sbattutissimi…il quartetto era tornato al punto del ritrovo, dove due segretarie della fondazione li aspettavano per un resoconto della giornata. Matteo era pronto a squagliarsela…e in più godeva per il fatto che era venerdì e un week end di riposo lo stava aspettando. Proprio mentre tendeva la mano per salutare la prima persona, una delle due segretarie, dopo un camuffato consulto con sua collega, pronunciò le fatidiche parole:
“Matteo, eccezionalmente potresti darci una mano anche domani? Ci sarebbero altre cose da trasportare!”
“Uuuuuuu…mmmmmm…domaaaaniii….domani è difficile” reagì Matteo assumendo un’espressione ferocemente dispiaciuta.
Le due segretarie iniziarono a fissarlo e tutto il resto del mondo sembrò scomparire per il giovane. Loro lo fissavano, perché lui non aveva ancora dato una risposta convinta e definitiva.
“EEEEEEEE…mmmaaaaaa…domani…davvero, difficile, difficile domani…ho un impegno al mattino prestoooo” proseguì pateticamente Matteo.
Le due seguitarono a fissarlo in silenzio…ammiccando e annuendo impercettibilmente.
“No, davvero ragazzeeeeee….domani…..mah…domani….”
Le due rimanevano mute…Matteo comprese che doveva dare una risposta più convinta, più secca, più brutale, determinata, inequivocabile, severa, negativa.
“A che ora?” Chiese.
“Ok! Grazie Matteo! Alle otto del mattino andrà bene! Facciamo sull’incrocio fra la Santa Cruz e l’America?”
“Si! Perfetto!” rispose servizievole Matteo...in fondo la cosa l’aveva già digerita…i traslochi non si fanno tutti i giorni.
Matteo si diresse verso casa, pensando che quella sera avrebbe potuto andare con Nicole fuori a bere.
“Joven!!!” si sentì chiamare.
“Joven” era il modo in cui i cleferos chiamavano gli educatori. Matteo si voltò e vide una giovanissima ragazza con la quale andava piuttosto d’accordo. “Joven come stai? Quando facciamo capoeira? Mi dai una moneta?” Matteo preferì pagare una michetta alla ragazza, mentre scambiavano quattro chiacchiere.
Erano le dieci di sera, il giovane volontario era ormai rientrato a casa da un’oretta…si stava apprestando a cenare da solo…(quel venerdì sera infatti Nicole stava lavorando fino a tardi)…quando il telefono squillò. Era proprio Nicole, che con tono agitato informava il fidanzato di essersi persa a Cochabamba.
“Ma come persa!!!” rispose il ragazzo.
“Stavo lavorando in periferia e ho preso un trufi che non conoscevo! Non so dove sono scesa!”
“E perché sei scesa in un posto che non conoscevi?”
“Perché non sapevo dove stavo andando!!”
“Ma non potevi parlare con il conducente?”
“Mi sembrava ubriaco, puzzava di alcool! Amore non so dove sono ed è buio!”
“Prendi il primo taxi che passa!”
“Ma non mi fido!”
Una palpebra del giovane volontario iniziò a tremare.
“Prendi un fottuto taxi!!”
Nicole arrivò a casa dieci minuti dopo…parecchio stanca ma molto più tranquilla rispetto alla telefonata.
Verso mezzanotte Matteo e Nicole stavano parlando della loro giornata in un locale, con davanti una birra e un cocktail…erano molto rilassati e gli venne fame! Chiesero la carta degli stuzzichini e ordinarono una pizza piccola da dividere in due. Sulla carta la pizza portava il nome di “diavola” e i suoi ingredienti lasciavano ad intendere che i padroni del ristorante avevano passato qualche vacanza in Italia…buon segno!
La diavola sarebbe stata farcita con pomodori, mozzarella, RUCOLA E SCAGLIE DI PARMIGIANO REGGIANO! Poco dopo che Matteo e Nicole avevano ordinato, una cortese cameriera li raggiunse al tavolo per aggiornarli rispetto all’andamento della loro comanda.
“Volevo solo dirvi che per la Diavola sono finiti la rucola e il Parmigiano…ma se vi va bene possiamo farcirla con sottilette e lattuga…la lattuga ovviamente ve la cuociamo con la pizza!”
I due ordinarono una margherita e ripresero ad ironizzare sopra alle loro rispettive giornate.

La Bolivia non è chiaramente solo ironia o paradosso, ma forse per uno straniero, perlomeno inizialmente, è meglio affrontarla con questi sentimenti.

9 commenti:

  1. "Bene". Bellissimo post!
    Quando torni, ovviamente, mi aspetto una zuppetta di zampette.

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  2. Scusata ma non ho potuto fare altro che ridere! Molto divertente il tuo racconto, mi sa che nella realtà e sul momento inizialmente non c'era molto da ridere, ma ironizzare così è fantastico! Complimenti!

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  3. La tua ironia e grandiosa...nei tuoi racconti ti ci ritrovi dentro,grande!

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  4. Forza Matte... ormai di situazioni così vi farete il callo... Apprezzo molto i vostri post!
    Un abbraccio
    Liz

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  5. I mezzi di trasporto "precari", i clacson, il traffico, i vestiti impregnati di smog (fra un po' vi verrà giù anche dal naso, parlo x esperienza) mi ricordano Calcutta.... un bacione

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  6. barbaraypendy@yahoo.com16 settembre 2010 05:43

    ciao matteo, ciao nicole
    i vostri racconti ci riportano alla nostra esperienza ed i ricordi riaffiorano e quel che raccontate ci fa sorridere parecchio! Ahhhhh la bolivia :-) quanto ci manca! stiamo pensando ad un viaggetto per riabbracciare los amigos di vallegrande nel 2011...magari ci si vede in quel di cochabamba? sarebbe bello! un abbraccio! barbara, nicola e dimitri
    ps1: ma in che barrio abitate?
    ps2: anche noi eravamo ospiti di Doña Vita y Don René (ormai 6 anni fa.... :-(...)

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  7. Bellissimo da leggere... fa ridere, imaginare e ricordare un po di casa.
    Bacione.

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  8. Ahah fantastico :D Mi sembrava di leggere un fumetto della Comics, "Le avventure di Matte in quel di Cochabamba - Il trasloco". Era talmente dettagliato che avevo la sensazione di vedere ogni attimo da te trascorso. Per fortuna sei una persona positiva e facile al sorriso altrimenti non sono sicura che l'avresti presa con filosofia. Continua a pensare "bene" e supererai ogni ostacolo ;)
    Um beijo

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  9. Che ridere! Noto con piacere che non hai perso il senso dell'humor che ti contraddistingue! Saluti da un posto troppo tranquillo... :)
    vi abbraccio!

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